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Riabilitazione dell’arto superiore dopo la resezione mammaria
Introduzione. La riabilitazione dell’arto superiore dopo la
resezione mammaria ha inizio con l’approccio tra il terapista e la
paziente e l’osservazione attenta del tipo d’intervento che è
stato eseguito. La paziente deve portare con sé gli accertamenti effettuati fino a quel
momento, insieme con la prescrizione medica dove si specifica il tipo
di terapia che il medico ritiene più opportuna per quella
sintomatologia; in questo modo si ha il
quadro generale e il primo approccio aiuterà a capire non solo il
tipo di linfedema che la
paziente presenta, ma anche a evidenziare tutti i particolari
necessari per compiere la riabilitazione, come ad esempio
l’atteggiamento posturale, l’inabilità locomotoria dell’arto e
anche, parallelamente, il danno a livello psicologico causato dalla
malattia. Oggigiorno è basilare il primo contatto fra
terapista e paziente. Infatti, non tutti fronteggiano la malattia
nello stesso modo e a volte gran parte del recupero fisico dipende
dagli operatori sanitari che prendono in mano la situazione.
La palpazione dell’arto e l’osservazione sono
fondamentali per capire a fondo come svolgere il recupero ottenendo il
massimo dei risultati. Il terapista che segue la riabilitazione, oltre
a capire gli aspetti anatomici e funzionali del problema che sta
valutando, deve interpretare i segni che possono manifestarsi a
livello psicologico in una donna, dopo essere stata sottoposta ad un
intervento al seno. Effetti
post-chirurgici. Prendendo
in considerazione i diversi tipi d’intervento chirurgico per il
carcinoma mammario, le complicazioni maggiori si possono presentare
nella mastectomia radicale con dissezione ascellare e asportazione
totale o parziale dei linfonodi situati nel muscolo piccolo pettorale.
Per una comprensione totale del caso è necessario conoscere quanto è
stato esteso l’intervento chirurgico per quanto
riguarda la quantità di linfonodi asportati,
quante vie linfatiche sono state interrotte e
quali vie alternative bisogna utilizzare per facilitare il passaggio
della linfa da una zona all’altra, evitando peraltro di
sovraccaricare i linfonodi rimasti e cercando di drenare verso le
stazioni linfatiche contro-laterali. Nell’arto
superiore le vie alternative sono: ·
La via toracica anteriore e la via toracica
posteriore, che mettono in comunicazione le stazioni linfonodali
ascellari. La prima via decorre parallelamente
alla clavicola e al disotto di questa,
mentre la seconda via decorre al disopra delle scapole,
simmetricamente alla via toracica anteriore. Dalla via toracica
posteriore dipartono due bretelle (così chiamate perché hanno lo
stesso decorso delle bretelle di un reggiseno) che collegano la stessa
alle stazioni linfo-ghiandolari sovra-claveari omolaterali. ·
La via di Mascagni
(o supero-toracica) satellite della vena cefalica, parte dal braccio,
oltrepassa la stazione ascellare omolaterale e raggiunge direttamente
la sovra-claveare. ·
La via di Caplan
(o tricipitale) che percorre più profondamente nel
muscolo tricipite brachiale e termina in parte direttamente nella via
latero-toracica omolaterale (via che collega le stazioni ascellari con
quelle inguinali) e in parte nella stazione sovra-claveare. Nel
trattamento del linfedema la scelta dell’uso dell’una o
dell’altra via alternativa è conseguenza dell’esperienza
professionale del terapista, oltre che, naturalmente,
dell’orientamento scientifico in materia. Di fondamentale importanza
è sapere che tutte le vie alternative non sono sede d’edema e
quindi devono essere stimolate esclusivamente con manovre di
mobilizzazione. Sintomatologia. -A livello psicologico, l’assenza della ghiandola mammaria può
rappresentare una sensazione di vuoto o mancanza di qualcosa di molto
importante per una donna. Ciò si manifesta in un atteggiamento
posturale di chiusura, con le spalle rigide, flesse in avanti o in
alto, con conseguente compromissione dell’articolazione scapolo
omerale e scarsa mobilità dell’arto colpito.
A volte, se è stata asportata la ghiandola mammaria in modo
radicale, la paziente può accusare una sensazione di dolore nel
quadrante omolaterale (fatto improbabile,
perché la mammella non c’è più): questa sintomatologia è
denominata “sindrome della mammella fantasma”[i].
-A
livello fisico, si può determinare un peggioramento della
motricità articolare non solo dell’arto omolaterale, ma anche del
controlaterale, che deve in qualche modo coprire le disfunzioni
di quello malato. Un linfedema si può presentare subito dopo
l’intervento, dopo un mese, dopo qualche anno o mai verificarsi; in
ogni caso la terapia riabilitativa è sostanziale appena la paziente
è stata operata, non soltanto per drenare i liquidi residui ma anche
per evitare i blocchi articolari appena descritti. La
cicatrice chirurgica può rappresentare un altro elemento che peggiora
la mobilità dell’arto. Quando la linfoadenectomia viene eseguita
separatamente rispetto alla resezione della mammella ed è inciso
anche il muscolo grande pettorale, si crea una sacca sotto ascellare a
forma di cuscinetto, che dopo qualche giorno tende a diminuire. La
paziente avverte fastidio e tende conseguentemente a bloccare
l’arto. Gli esiti cicatriziali possono inglobare terminazioni
nervose o muscoli sensitivi, a tal punto che la mobilità del braccio
e del torace, sia passiva che attiva, può evocare dolore.[ii]
L’ipoestesia
(incisione delle fibre sensitive) può comportare anch’essa
secondariamente un’impotenza funzionale a livello motorio. Terapia. Il
recupero post-intervento non è uguale per tutti, per cui dopo
un’accurata valutazione complessiva del caso si determinerà la
quantità di giorni e il tipo di sedute da effettuare per ogni singola
paziente. Poiché
le complicazioni post-chirurgiche possono essere
molte,
per eseguire un protocollo riabilitativo dopo un intervento e
poter correggere tutti i deficit funzionali, evitando che la malattia
lasci il segno, si deve fare un esame accurato della mobilità
dell’articolazione e dell’arto colpiti,
cominciando dall’osservazione delle funzioni anormali che
coinvolgono il braccio, la scapola e l’omero e dalla valutazione dei
muscoli compromessi, effettuando movimenti passivi. Quando la paziente
lamenta dolore, i movimenti vanno eseguiti con gradualità e
delicatezza. Per
quanto riguarda la terapia locomotoria, è importante illustrare
piccoli e semplici movimenti da fare a casa, sempre senza
sforzare l’arto e prendendosi delle pause. E’ importante anche far
lavorare l’altro braccio: in questo modo si crea un periodo di
lavoro alternato ad un periodo di riposo, con beneficio sia per
l’arto sano sia per quello malato. La ginnastica più sana per una
donna è quella che si fa abitualmente
dentro casa. Vanno naturalmente evitati gli spostamenti di pesi o
sforzi che possano danneggiare ulteriormente le vie linfatiche. Esercizi.
1.Ruotare le spalle, sia in avanti sia indietro,
per avere una maggiore elasticità dei muscoli delle scapole e del
torace. L’esercizio va realizzato prima in piedi, poi sedute. 2.
Con la testa dritta, portare le mani dietro la nuca ed intrecciarle
superando leggermente la testa, arrivando con le mani a toccare dietro
al collo. Questa mossa può causare qualche fastidio alla ferita,
perciò accompagnare i movimenti con la respirazione, inspirando dal
naso ed espirando dalla bocca. 3.
La rotazione degli arti,
in entrambi i sensi, deve progredire lentamente: s’inizierà con
pochi esercizi nei primi giorni e poi man mano che le spalle si
saranno sciolte, si aumenterà la quantità. 4.
Una ginnastica molto utile è quella di camminare sul muro con le
mani. La paziente si deve porre davanti ad una parete sistemando le
mani all’altezza delle spalle movendo le dita verso l’alto,
arrivando alla massima altezza e avvicinandosi quanto può al muro;
fare qualche allungamento sul posto e tornare al
punto di partenza. 5.
Lo stesso esercizio di prima ma sistemata di fianco. Qui si può fare
un segno sul muro per vedere con il passare dei giorni i progressi
dell’arto. 6.
In piedi, con le gambe divaricate, si posiziona lentamente la mano
sana dietro la schiena, se è possibile, prendendo la mano dell’arto
inabile e portandolo
indietro come per allacciarsi il reggiseno. L’applicazione
serve per allungare le spalle avvertendo un leggero stiramento delle
scapole. Tutti
gli esercizi devono essere, nel possibile, accompagnati dalla
respirazione (produce delle pressioni a livello del torace e della
cisterna di Pecquet, aiutando la circolazione del liquido linfatico) e
con l’arto bendato, per aumentare il flusso della linfa. Grazie alla
compressione che la benda esercita sui muscoli durante l’esercizio,
si ha un maggior riassorbimento idrico e proteico. La paziente lavorerà
sotto la nostra guida prima di essere in grado di fare gli esercizi da
sola. Terapia
manuale. Per quanto riguarda la terapia
di linfodrenaggio, come si sa, il concetto più
importante è
di stimolare i linfonodi sotto e sopra clavicolari, la zona
sotto ascellare controlaterale, la zona addominale, pubica e
inguinale. Nella zona ascellare omolaterale, la paziente per i primi
giorni può percepire una sensazione di fastidio, ma appena trascorso
l’immediato post-operatorio sarà opportuno stimolare anche
l’incavo ascellare nelle vicinanze della cicatrice. A volte succede
che i liquidi non siano depositati nell’arto omolaterale, bensì
nelle zone circostanti, come addome, fianchi e schiena. In questo caso
quanto maggiore è la stimolazione delle stazioni linfatiche, tanto
migliore sarà l’assorbimento dei liquidi. Nelle prime fasi della
riabilitazione manuale, può darsi che l’arto non sia
particolarmente gonfio; di solito ci si trova in presenza della sacca
formata dall’accumulo di siero in corrispondenza della cicatrice,
che bisogna drenare molto lentamente verso i linfonodi sani con
leggeri movimenti d’assorbimento. La cicatrice, pur molto recente,
va drenata sui contorni con dei movimenti circolari, con la punta
delle dita e, se possibile, utilizzando qualche gel al fine di
ammorbidirla e di facilitare i movimenti del braccio. Per
quanto riguarda l’arto superiore, le manovre di drenaggio vanno
eseguite dalla parte prossimale a quella distale, valutando dove si
trovano i depositi dei liquidi, fibre e proteine, se sono state
asportati tutti i linfonodi e quale via linfatica alternativa troviamo
per spingere i residui depositati. Così variano perciò le tecniche
d’assorbimento o di richiamo a secondo dei casi. Se
ci sono liquidi depositati nel dorso della mano, la tecnica sarà
d’appello sul braccio e avambraccio e d’assorbimento sulla mano,
in modo che i liquidi siano reincanalati lentamente verso vie
linfatiche sane. Se invece l’edema è su tutto l’arto, si
realizzerà un assorbimento totale dei liquidi, dirigendoli verso
l’anastomosi linfovenosa più vicina affinché vengano evacuati. Nella
fase della riabilitazione, il medico può prescrivere, insieme alla
terapia manuale, anche la pressoterapia sequenziale.
Questa tecnica utilizza un apparecchio, che serve a sbloccare i
liquidi spingendoli verso l’alto, assecondando il flusso linfatico.
La pressione deve essere regolata su livelli bassi, per non produrre
le rotture dei capillari linfatici, venosi ed arteriosi. In
alcuni casi, quando il linfodrenaggio manuale è omesso in favore
della pressoterapia, si ha come risultato la sola rimozione dei
liquidi superficiali, con permanenza invece delle proteine nel tessuto interstiziale, con il rischio
che per osmosi i liquidi vengano richiamati e l’arto sì rigonfi.
Il
protocollo terapeutico per il linfedema suggerisce che, dopo il
drenaggio, gli esercizi motori e la pressoterapia -se necessaria-, si
esegua un bendaggio funzionale, per
dare tonicità ed elasticità alle pareti venose e per ridurre il
volume dell’arto. Chiaramente,
se si presenta il caso clinico di una paziente con il braccio
particolarmente gonfio per l’edema, il bendaggio è fondamentale. Nei
primi giorni dopo la resezione, non sempre sarà necessario usare la
terapia elastocompressiva durante la ginnastica o dopo il drenaggio
linfatico. In questa prima fase la paziente si sente non solo menomata
ma anche con un aspetto strano: la rigidità del bendaggio può
procurarle un nuovo disagio, accentuando il disagio psicologico. Terminata
la fase del recupero, inizia quella di mantenimento. In alcuni casi,
per mantenere i risultati sarà opportuno passare alla contenzione
elastica (manicotto), prescritta dal medico o dal terapista della
riabilitazione. Per
finire, va sottolineato che è di fondamentale importanza capire che,
nella riabilitazione post-chirurgica mammaria, occorre conoscere e
interpretare ogni sintomo sia a livello fisico che psicologico, al
fine di adattare il protocollo riabilitativo alla singola paziente. Stella Maris Glowinski - RomaCarla Puletti
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