D. Salvo
La PET (Positron Emission Tomography) con FDG
(Fluorodeossiglucosio), sebbene introdotta nella diagnostica della patologia
neoplastica mammaria fin dall’esordio di questa metodica, non ha avuto fino a
pochissimo tempo fa una larga diffusione per due motivi precisi: 1)
il
Medicare non ha ammesso alcun rimborso alle applicazioni della PET in corso
di neoplasia mammaria fino al 2003. Questo dato ne ha profondamente limitato l’impiego e solo pochi
lavori sperimentali sono stati pubblicati, nonostante il carcinoma della mammella sia una delle patologie
neoplastiche più frequenti; l’imponente review pubblicata da Gambhir (1) nel
2001 raccoglie tutte le casistiche pubblicate dal 1993 fino al giugno 2000 e
conta circa 2.500 casi peraltro molto disomogenei per casistica, parametri
della neoplasia, macchine impiegate e finalità diagnostiche. 2)
Nella
pratica clinica l’esperienza anche se modesta ha evidenziato immediatamente i
limiti della metodica in alcune fasi della malattia riservandone l’impiego
solo in precise condizioni che si sono gradualmente definite. DIAGNOSI
Le tecniche oggi a disposizione
per raggiungere una diagnosi di certezza in presenza di neoformazione
mammaria sono molteplici
(mammografia, ecografia, agoaspirato ecoguidato, mammotome) e sono
indiscutibilmente adeguate, consentendo una corretta definizione della natura
della lesione. Solo in alcuni casi possono persistere dei dubbi
interpretativi che meritano il passaggio ad un’indagine di secondo livello
come PET o Risonanza Magnetica (RM). Heinisch (2) ha confrontato i
risultati tra queste due tecniche, limitandone l’impiego nel caso di lesioni
di dimensioni superiori a 1 centimetro, con difficoltà interpretative alla
mammografia, biopsia dubbia (3) per mammelle dense, esiti chirurgici o
radioterapici, presenza di protesi o nel caso di malattia multifocale: i risultati
della PET in tali condizioni sono deludenti, raggiungendo una sensibilità del
68%, contro il 92% della RM. Alle stesse conclusioni pervengono i lavori di
Altri Autori (4, 5) che individuano
nelle piccole dimensioni delle lesioni il limite principale della metodica. I dati segnalati da Gambhir, molto
più incoraggianti, risentono con tutta probabilità della mancanza di riferimenti sulle dimensioni delle
lesioni, forse non proprio trascurabili. Senza dubbio però il basso valore predittivo negativo della
PET, connesso ad un costo molto elevato, ne impedisce l’uso quale indagine di
screening, anche se in associazione con la determinazione di vari markers
(6). STAGING
La già citata metanalisi di
Gambhir offre, nella valutazione
dello staging, dati incoraggianti (sensibilità = 91% e specificità = 88%);
anche in tal caso probabilmente i dati risentono della disomogeneità di
raccolta ed appaiono datati. Tutti gli autori che recentemente
hanno pubblicato sull’argomento sottolineano la scarsa sensibilità della PET
nel rilevare le micro-metastasi sia linfonodali che sistemiche (sotto
stadiazione di N e M). Nella situazione attuale in cui le
campagne di screening individuano lesioni neoplastiche precoci, spesso di
dimensioni < 1 cm, la stadiazione
del carcinoma della mammella richiede l’impiego di tecniche sensibili
e specifiche, indirizzate principalmente alla definizione del N, essendo le
metastasi a distanza eventi piuttosto rari. L’introduzione della tecnica di
identificazione del linfonodo sentinella, in questo momento diagnostico, ha
comportato importanti modifiche delle tecniche operatorie, individuando correttamente le catene
linfatiche che drenano l’area neoplastica (linfonodi ascellari, ma anche
interpettorali, sovraclaveari o le catene mammarie interne), evitando
indiscriminate linfoadenectomie che rimangono limitate ai soli casi di reale
interessamento secondario (7). La PET può fornire qualche
indicazione aggiuntiva in casi particolari (8), ma non può sostituire la
tecnica del linfonodo sentinella (9, 10) non appare peraltro giustificata una
chirurgia ascellare selettiva su esclusiva indicazione PET (11), data la
bassa sensibilità segnalata (fino al 43% secondo Guller). In fase di staging pertanto l’uso
della PET è giustificato solo nelle forme avanzate per definire la reale
funzione della malattia, sia in relazione al N che al M: in questa
applicazione è indiscutibile il valore aggiuntivo per impostare un corretto
piano terapeutico. RESTAGING, RECIDIVE E METASTASI A DISTANZA
Come in fase diagnostica, anche in
fase di restaging dopo terapia neodiuvante la PET non appare adeguata a
rilevare correttamente residui millimetrici di malattia (12, 13). Più importante invece il ruolo che
assume nelle recidive locali o mediastiniche: il confronto con TAC o RM (14)
sottolinea il valore dell’imaging funzionale della PET nell’individuare la
ripresa di malattia: Gallowitsch (15) segnala per la PET una sensibilità =
97% e ed una specificità = 82% della PET a fronte di 84 e 60% dell’imaging convenzionale; la superiorità
della PET si conferma anche nella rilevazione delle localizzazioni
linfonodali loco-regionali (16) ed a distanza (17); per le lesioni ossee (18)
la PET compete con la
scintigrafia ossea, più sensibile la prima nelle lesioni blastiche, la
seconda nelle litiche. La PET sarebbe infine più sensibile dei markers oncologici
nel rilevare la ripresa di malattia (19). Valutazione
dell’efficacia della terapia
Recentemente la PET con FDG è stata utilizzata nel controllo
dell’efficacia della terapia in corso di varie patologie oncologiche
(linfomi, neoplasia polmonari, del colon retto e della mammella), perché è l’unica forma d’imaging diagnostico
che permette di osservare in vivo modificazioni biologiche significative di
una risposta cellulare al trattamento sia chemio che radioterapico (20). Studi PET sono stati utilizzati per misurare la risposta
alla terapia di metastasi ossee (21). PROGNOSI
La capacità della PET di monitorare i comportamenti
metabolici di focolai neoplastici e di definirne l’intensità è stata
sfruttata per esprimere un giudizio sull’aggressività cellulare: il carcinoma
duttale ha spesso un rapporto target/background (T/B) elevato (in media nel
pre-operatorio T/B = 17.3), mentre è più basso (T/B = 6.5) nel carcinoma
lobulare (21). Non è stata però trovata alcuna correlazione con altri
markers di significato prognostico (P 53, stato dei recettori dai recettori
estroprogestinici, c–erb 2,
misura e grading del tumore). Una captazione elevata in sede di neoplasia, in presenza
di un flusso ematico ridotto, è presumibilmente un fattore prognostico
negativo perché rileverebbe l’esistenza di una zona ipossica ad elevata
resistenza alla terapia (23). NUOVI TRACCIANTI
L’introduzione di nuovi
radiofarmaci, non più marcatori del metabolismo glucidico, ma indicatori
della sintesi proteica cellulare come 11C-metionina, 18F-timidina o tiroxina, potrebbe risolvere alcuni
dei problemi connessi all’impiego del 18F–FDG, come la difficoltà
a valutare le lesioni cerebrali data l’elevata attività di fondo presente nel
cervello, o il monitoraggio precoce dell’effetto della terapia, senza alcuna
interferenza determinata dai processi flogistici post chemio- o
radioterapici. Il 18F–FES (16a–17b–fluoro-estradiolo) potrebbe
invece segnalare con ottima sensibilità la presenza di recettori ormonali
nella cellula neoplastica, indirizzando una corretta terapia anti-ormonale. PET E RADIOTERAPIA
Recenti segnalazioni hanno
rilevato l’importanza della PET nel definire correttamente il volume
bersaglio del piano di trattamento radioterapico secondo parametri
anatomo–funzionali che scaturiscono dalla valutazione sincrona delle immagini
anatomiche (TAC o RM) e funzionali (PET). Questo favorirebbe l’ottimizzazione del trattamento
radioterapico, aumentando le dosi di radiazione sulla lesione neoplastica
vitale e riducendo la quota erogata agli organi sensibili adiacenti: la
precisione che le nuove tecniche radioterapiche (PAM, IMRT ecc) consentono di
realizzare, trova il miglior supporto nella possibilità di fusione delle
immagini. Appropriatezza della PET La prima metanalisi di Gambhir e i
successivi approcci di tipo EBM (Evidence Based Medicine) del CEVEAS (2003)
(24) e dell’ICES (2004) (25) stanno gradualmente aggiungendo significato
clinico e statistico alle varie applicazioni della PET con FDG nella
neoplasia mammaria, ampliando le indicazioni, ma soprattutto stressando il
valore di quelle più appropriate. CONCLUSIONI
La PET è una moda od una vera
innovazione diagnostica? E’ ragionevole pensare che questa complessa, sofistica e
costosa tecnica di imaging molecolare, attraverso un utilizzo accorto e
ragionato, possa portare ad un miglioramento del management dei pazienti
indirizzando correttamente alla terapia più appropriata, con un rapporto
cost/effectiveness che, nel rispetto delle indicazioni EBM, appare già
positivo. Bibliografia
3. Walter
C, Scheidhauer K, Scharl A., Goering U.J, Theissen P, Kugel H, Krahe T,
Pietrzyk U: Clinical and
diagnostic value of preoperative MR mammography and FDG-PET in suspicious
breast lesions. Eur Radiol 2003 Jul;13(7):1651-2 4. Rose
C, Dose J, Avril N : Positron emission tomography for the diagnosis of
breast cancer. Nucl Med Commun 2002 Jul;23(7):613-8
Neoplasma 2003;50(3):217-21.
Agenzia Sanitaria Regionale – Regione Emilia Romagna
Luglio 2003
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