| I cambiamenti nell'epidemiologia del mieloma multiplo nel corso degli ultimi decenni
L'analisi
effettuata su una singola casistica italiana di pazienti affetti da
mieloma multiplo prende in considerazione il cambiamento negli ultimi
trent'anni della presentazione clinica del mieloma e dell'aspettativa di
vita di pazienti nelle diverse fasce di età in base all'evoluzione nel
tempo di tests diagnostici più sensibili e alla disponibilità di terapie
sempre più efficaci. In particolare sono state confrontate le
caratteristiche di esordio e i dati di sopravvivenza di pazienti
diagnosticati e trattati prima e dopo il 1994, anno in cui è stata
adottata nel Centro in questione la terapia ad alte dosi per i pazienti
giovani. Dal
punto di vista epidemiologico, non c'è stata una sostanziale variazione
della clinica all'esordio della malattia; in particolare, non c'è stato
un aumento di diagnosi precoci nel tempo. Questo probabilmente indica che,
nonostante si evidenzino più MGUS del passato e le si segua con un
accurato follow up, il mieloma resta una patologia imprevedibile che può
esordire in modo drammatico. Questo è confermato anche dal fatto che il
coinvolgimento osseo d'esordio può essere esteso anche in assenza di
sintomatologia dolorosa. D'altro canto, la notevole riduzione della
mortalità precoce è indice della rapidità di efficacia della terapia di
prima linea adottata a partire dagli anni 90: la chemioterapia VAD
comprendente in particolare il desametasone ad alte dosi. L'analisi
per gruppi di trattamento, evidenzia un netto miglioramento della qualità
della risposta alla terapia di prima linea così come della sopravvivenza
globale (Overall Survival, OS) e di quella libera da malattia (Event Free
Survival, EFS) da quando la terapia a dosi convenzionali è stata
sostituita dalla terapia ad alte dosi per pazienti giovani (<
65 anni). I risultati sottolineano anche l’importanza del raggiungimento
di una buona risposta ai fini di ottenere un controllo duraturo della
malattia. Sebbene anche il gruppo dei pazienti trattati con terapia
convenzionale abbia ottenuto buoni risultati rispetto ai dati della
letteratura, bisogna tenere conto che tale approccio veniva
indefinitamente proseguito nel tempo fino alla ricaduta, senza lasciare al
paziente nessun intervallo libero da terapia. Al contrario, la terapia ad
alte dosi consiste in un programma articolato, ma definito nel tempo,
terminato il quale, il paziente viene solo monitorato periodicamente.
L’avvento delle nuove terapie di supporto (bifosfonati) e la
disponibilità di recenti tests diagnostici sensibili e affidabili
(parametri biochimici di rimaneggiamento osseo e microproteine urinarie),
in grado di identificare precocemente alterazioni funzionali subcliniche,
ha probabilmente inciso sulla diversa modalità di ricaduta negli ultimi
anni; infatti, tra i pazienti giovani esorditi dopo il 1994 non sono state
più osservate progressioni renali e le progressioni ossee sono state meno
numerose rispetto al passato. Anche la popolazione anziana, trattata ancora oggi con terapia convenzionale, mostra un outcome migliore dopo gli anni 90, probabilmente grazie alle recenti terapie di supporto che hanno reso più fattibile la chemioterapia e alla maggiore attenzione e preparazione medica nel follow up della malattia e nella gestione delle complicanze.
Bibliographical reference:
Patrizia Zappasodi
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