| Possibili future strategie di screening per il carcinoma della cervice uterina
Lo scopo è di valutare la citologia in fase liquida e la ricerca del DNA dei tipi oncogeni di papillomavirus umano (HPV) come test di screening per il cancro della cervice. Le donne sono state assegnate casualmente a un braccio testato con il Pap test tradizionale e a un altro sperimentale. Quest’ultimo ha seguito due fasi, una prima con il test HPV accompagnato alla citologia liquida, la seconda con il test HPV da solo. La fase di reclutamento si è conclusa alla fine dal 2004 con circa 95000 donne reclutate. Sono stati recentemente pubblicati due articoli sul primo periodo di reclutamento, uno sulle donne di 25-34 anni ed un altro sulle donne di 35-60 aa, che hanno seguito un diverso protocollo. I dati hanno permesso di valutare diverse possibili strategie di screening, cosa essenziale per una futura adozione. Si è confermato che il test HPV permette di identificare lesioni preinvasive di alto grado (CIN2+) non identificate dal Pap-test (circa 3 ogni 2 identificate dal Pap-test), ma con una perdita di specificità. La perdita di specificità è potenzialmente più forte nelle giovani data la più alta frequenza di infezioni. La citologia liquida non è risultata significativamente più sensibile del Pap-test convenzionale e la sua aggiunta al test HPV non aumentava la sensibilità ma faceva crescere il rischio di falsi positivi. Considerare positive solo le donne con una determinata carica virale (almeno 2pg/ml invece dello standard di almeno 1pg/ml), permetteva di ridurre ulteriormente i falsi positivi senza un sostanziale perdita in sensibilità. La strategia complessivamente più raccomandabile al momento, ove si scegliesse di passare all’uso sistematico del test HPV, è plausibilmente di usare il test HPV stesso da solo con un cut-off di 2pg/ml, ed usare la citologia come “triage” per le sole HPV positive, inviando quelle con alterazioni citologiche direttamente in colposcopia. Le donne positive all’HPV ma citologicamente normali dovrebbero essere ritestate dopo un anno ed inviate in colposcopia solo se persiste l’infezione. Con una strategia di questo tipo persino nelle donne più giovani si sarebbe mantenuto il guadagno in sensibilità di circa il 50% mantenendo un Valore Predittivo Positivo quasi uguale a quello della citologia convenzionale. L’endpoint principale dello studio è la Detection Rate di CIN2+ al nuovo round di screening, a 3 anni di distanza dal reclutamento. Questa fase è tuttora in corso e permetterà da un lato di stabilire se l’adozione del test HPV rende possibile un prolungamento degli intervalli di screening, dall’altro di valutare in quale misura le lesioni in eccesso trovate dal test HPV sono persistenti ed in effetti plausibilmente destinate a diventare tumore. Questi aspetti sono cruciali per la decisione di adottare sistematicamente il test HPV come test di screening. Riferimenti
bibliografici:
Guglielmo Ronco Centre for Cancer Prevention (CPO), Turin, Italy
|