Il chirurgo Senologo deve essere un chirurgo dedicato, che coordina le attività all’interno di Centri Senologici di eccellenza

 

Ho letto con interesse il commento di Stefano Ciatto al mio intervento sulla figura emergente del chirurgo Senologo e non posso che compiacermi dell’interesse che ha suscitato.

 Di Ciatto apprezzo la penna pungente e il pensiero limpido. Questa replica non può che ricondurmi su quel piano di lettura generale e un filo astratta che fa da supporto al mio articolo.

Per prima cosa riconosco che il mio ritratto del chirurgo Senologo certamente ne traccia una figura idealizzata, che probabilmente non corrisponde ad alcun reale. Del resto, a qualche modello bisogna pure ispirarsi: e non è un segreto che da tutta la più recente, sterminata, letteratura che proviene dai più accreditati Istituti senologici (quelli che la Senologia l’hanno inventata, codificata, perfezionata e diffusa) è proprio quel tipo di figura che emerge per la sua autorevolezza: la Senologia la si può fare soltanto nell’eccellenza, la mediocrità ne è incompatibile. Se Ciatto crede ancora che anche un chirurgo generale possa interpretare la Senologia secondo i canoni dell’eccellenza, vuol dire che nel frattempo si è perso qualche tappa del processo evolutivo (niente di male, può succedere: l’importante è non perseverare). E se è vero che quella senologica è una chirurgia tecnicamente “minore”, tuttavia Ciatto sembra dimenticare che la Senologia non si riduce al gesto chirurgico, nemmeno alla tecnologia: per formare un buon chirurgo Senologo ci vuole ben altro che tagliuzzare (e credo che anche un bravo radiologo Senologo si considererebbe sminuito - magari pure offeso - se il suo lavoro fosse bollato come quello di chi scatta fotografie e le guarda davanti a uno schermo luminoso, dimenticando il complicato paesaggio vivente che sta intorno).

Quanto al fatto che il chirurgo Senologo debba “necessariamente” essere anche un ricercatore e un filosofo, questo non l’ho proprio scritto: anche qui, il mio era un cordiale (ma, non c’è dubbio, anche sentito) invito a volare un pochino più alto della quotidianità concreta - pure importante - all’insegna di quanto alcuni Maestri da tempo hanno provato ad inculcare nelle menti acerbe di tanti solerti allievi (basta riandare con la mente a quante volte gente come Veronesi si è espressa in tal senso: e che Veronesi sia un Maestro è fuori discussione).

Una grossolana svista, invece, è quella di pensare che io riconoscerei al chirurgo Senologo il monopolio clinico: conosco onesti Radiologi più perspicaci di certi chirurghi nell’esaminare una mammella e nel comunicare con la donna. La questione va posta in termini differenti: comunque la si rigiri un regista ci vuole, perché troppi cuochi rovinano il pranzo. Che debba essere il chirurgo Senologo ad assumersi questo ruolo è secondario, sebbene in più parti proprio questo accade.

I numeri. Non ho cifre per dimostrare che le donne operate nell’Azienda di cui coordino l’attività senologica vivano più a lungo e meglio di altre: non sono esperto di ricerca statistica e, soprattutto, non possiedo i casi numerici per garantirne la significatività. Ma sono circondato da evidenze europee che dimostrano al di là di ogni dubbio che i chirurghi Senologi dedicati sono più bravi nel raggiungere entrambi gli obiettivi: di quei numeri io mi fido ed è proprio su quelli che ho sempre argomentato gli sforzi personali per dare alle donne di questa Azienda quel meglio cui hanno diritto. Non sta a me convincere Ciatto che i miei risultati provano che in Centri dedicati la donna è curata più efficacemente: spetterebbe piuttosto a lui smentire quanto già è stato acquisito.

Nel complesso, il commento di Ciatto l’ho trovato un po’ deludente. Specie quando conclude che del mio “santino” (termine, onestamente, troppo sprezzante e fuori luogo per essere accettato senza riserve) “se ne poteva fare a meno”. Qui Ciatto può parlare per sé, non per una marea crescente di chirurghi Senologi, soprattutto giovani, che la pensano all’opposto. Duole piuttosto che Ciatto non si renda del tutto conto che se i medici non sono santi (e chi potrebbe contestarlo?) e se, come scrive, “tra noi c’è un po’ di tutto, ladri, incompetenti, lestofanti, imbecilli e, per fortuna, tanta brava gente in buona fede…” il suo proclama che irride la figura del chirurgo Senologo, mettendone in dubbio l’utilità, rischia proprio di dare più voce ai primi che non alla tanta brava gente: solo un’accurata selezione, fondata anche sulla libera scelta, può fare da filtro a italiche scaltrezze e premiare - senza ideologie esclusiviste di casta - chi sa le cose e vuole farle bene.

Resta un fondo amarognolo, con una velata perplessità. Ho sempre avuto grande stima per quei Radiologi - Ciatto è tra loro - che hanno permesso alla Senologia di trasformarsi in un virtuosismo chirurgico e clinico altamente raffinato (sta scritto a chiare lettere anche sul mio intervento): senza di loro noi saremmo nulla e molte donne soffrirebbero lutti invece risparmiati. Eppure è vero anche il contrario. Perché non riconoscerlo con spirito di corpo, anziché perdersi in anacronistiche rappresaglie tra alleati?

 

Giorgio Macellari

Coordinatore Dipartimentale per la Senologia AUSL di Piacenza