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Il
Chirurgo Senologo: una materia di conflitto The Surgeon Senologist: a matter of conflict
Riassunto.
La Senologia si avvia ad essere una disciplina autonoma, ma si registrano
ancora resistenze al riconoscimento del chirurgo Senologo come
professionista dedicato. Eppure gli ultimi vent’anni hanno delineato un
percorso formativo ormai irreversibile. Il Senologo non è soltanto il
chirurgo che opera le mammelle: è anche un clinico, un ricercatore e un
filosofo. Circoscrivere il ruolo del Senologo ad operatore del bisturi
appare oltremodo riduttivo perché non mette nella sua vera luce il vasto
sapere di questa figura professionale: la Senologia è prima di tutto un
fatto culturale. L’Europa è avviata alla costituzione di Unità di
Senologia autonome perché questa è la sola strada per garantire
prestazioni di eccellenza il cui risultato finale è la riduzione della
mortalità da cancro mammario insieme al miglioramento della qualità di
vita. Parole
chiave. Unità di
Senologia. Chirurgo dedicato. Epistemologia. Summary.
Senology will be an independent branch, but there is still resistance to
the acknowledgement of the Senologist as a devoted professionial.
Nevertheless in the last twenty years an unstoppable educational training
has been under way. The Senologist is not only a surgeon operating on the
breast. He/she is also a clinician, a researcher, and a philosopher.
Restricting the Senologist’s role to that of knife-user is too limiting
because his vast knowledge is not put into its true light. Senology is
essentially a cultural matter. Europe is setting up independent Breast
Units because this is the only way to offer excellent services, with the
final result being the reduction of mortality from cancer, together with
the improvement of the quality of life. Key
words.
Breast Unit. Dedicated
surgeon. Epistemology Negli ultimi anni anche in Italia si è assistito, in linea con quanto già sta accadendo in molti paesi dell’Unione Europea, un graduale accorpamento delle risorse umane e tecnologiche per la diagnosi e la cura della patologia mammaria, benigna e maligna. Questa particolare evoluzione, che sta tra l’altro partorendo la proposta di conferire alla Senologia il valore di disciplina specialistica con tanto di diploma, non è stata peraltro facile: anzi, ha sollevato resistenze e opposizioni, come è naturale che avvenga quando gli equilibri consolidati sono smossi da spinte innovative. La domanda che i contestatori pongono ai chirurghi che intendono fare della Senologia il loro specifico ed unico interesse professionale è semplice:“Ma il chirurgo Senologo, alla fin fine, cosa fa? Chi è?” E, di norma, accade che chi formula la domanda lo faccia col tono del pragmatico che interroga il metafisico o con l’ironia del lavoratore che ama la concretezza delle grandi manovre. L’argomentazione di costoro è semplice. Quella del seno è sempre stata una chirurgia “minore”, lasciata alla manovalanza più giovane, la meno addestrata ai più impegnativi esercizi chirurgici degli organi “importanti” e “difficili”. Il rimando è al pancreas, al torace, al mediastino e ai grossi vasi, dove le più abili mani si confrontano con le sfide titaniche che proiettano il chirurgo nelle trincee dei medici in prima linea, eroi infaticabili che mentre lavorano sudano e stanno per ore con le mani dentro i corpi, in profondità, si destreggiano abilmente per non danneggiare ed estirpano trionfatori il male che infiltra, mica tumoretti. Insomma, non si capisce bene - argomenta chi domanda - perché istituire la figura di un chirurgo specialista in una disciplina che lo specializzando può dominare senza problemi, tanto è banale. Dopotutto la mammella è solo una ghiandola sudoripara modificata, un aggeggio che allatta, un volume che offre sì qualche suggestione erotica, ma comunque un’appendice corporea facile da levare perché priva di connessioni nobili col resto del corpo. La prima reazione che a un chirurgo Senologo autentico verrebbe istintiva sarebbe di ribaltare la frittata (tanto, ormai, il tempio chirurgico è stato imbrattato) e ribattere ai chirurghi generali - i grandi chirurghi degli organi pregiati - la loro grossolanità a fronte della gentilezza gestuale di chi si dispone a manipolare il seno, la loro mancanza di stile nei confronti di una ghiandola che appartiene a una donna (esempio naturale di raffinatezza), quella loro sgarbata inclinazione a vedere gli organi da estirpare anziché le persone da curare, o la loro brama di mettere le mani un po’ ovunque all’insegna di una tuttologia sterminata che trasuda arroganza e potere. Ma il chirurgo Senologo è anche un gentiluomo che alle esibizioni muscolari preferisce quelle dell’intelligenza. Inoltre ha recepito i messaggi che negli ultimi vent’anni hanno costruito l’architettura intellettuale della Senologia, caratterizzandola per la sua interdisciplinarietà e la sua inclinazione a valori portanti quali il rispetto, la condivisione, l’accoglienza, l’empatia e il sapere scientifico per farne, anziché una semplice disciplina, un’Arte e un modello alto di cultura medica. Perciò lasciamo stare le reazioni muscolari e adottiamo il metodo cui, noi chirurghi Senologi, ci ispiriamo e che fa capo all’argomentazione razionale, alla voce pacata, al gesto morbido, al tocco preciso e all’evidenza scientifica. E vediamo chi è il chirurgo Senologo e perché il suo ruolo di specialista che lavora in una “Breast Unit” e all’interno di una rete che si allarga ad annodare relazioni con altri professionisti (oncologi, radiologi, psicologi, patologi, infermieri, nucleari e così via) è diventato anche qui in Italia - anzi, soprattutto qui in Italia - una necessità non più differibile. Del resto, quella del chirurgo Senologo non è figura autoreferenziata. Il suo ruolo è riconosciuto dal basso, da quella adunanza di donne in fermento che reclamano la sua esistenza perché loro per prime hanno capito che per farsi toccare il seno ci vuole un vero esperto. Ed è egualmente riconosciuto dall’alto, visto che il Parlamento Europeo ha definito la lotta al carcinoma mammario una priorità della politica sanitaria (e il nostro Senato ha - primo tra gli stati membri dell’Unione - ratificato la raccomandazione), delegando ai singoli Stati il compito di costituire in tempi breve una rete di Unità di Senologia rispondenti a precisi requisiti minimi: chirurghi Senologi che operano, ciascuno, non meno di 50 nuovi casi all’anno; un volume complessivo di almeno 150 nuovi casi di tumore all’anno per Unità; tempi di attesa contenuti; garanzia di una ricostruzione plastica completa; presenza dello psicologo; letti, sale operatorie, ambulatori e personale infermieristico riservati; linee-guida interne; indipendenza finanziaria (1, 2, 3). Si tratta dunque di capire e di descrivere cosa fa un Senologo nella sua giornata, come investe il suo tempo nella Breast Unit, come inventa il suo futuro e come valorizza le sue competenze per offrire prestazioni improntate alla qualità. Ne emerge un quadro che mostra almeno tre profili, inseriti in un solo ritratto. Il Senologo come Clinico. Non c’è dubbio: la formazione del Senologo è clinica. Ed è nella componente clinica del suo mestiere il Senologo incontra la prima sfida. Raccogliere le informazioni da una donna con un problema al seno richiede conoscenze epidemiologiche e sui fattori di rischio: che sono tanti e che si imbrigliano con lo stile di vita, le abitudini alimentari, i vizi e le tentazioni, l’albero genealogico, il peso corporeo, l’altezza, l’attività fisica, la vita sessuale e riproduttiva, il menarca, le gravidanze, la menopausa, e le terapie in atto e passate (specialmente se colorate da un’impronta ormonale). Subito dopo c’è l’esame clinico, che non significa avventurarsi sul seno come il falco sulla preda. Ci vuole pazienza, attesa, rispetto dei tempi. La donna va messa a proprio agio, perché offre a mani estranee una parte che riconosce intima. Ci vuole tatto anche nel far togliere un reggiseno, nell’appoggiare le dita su una pelle che può suscitare leggere - ma precise - emozioni. Ci vuole sensibilità, non solo di polpastrello. La calma e la signorilità qui vanno di pari passo con la competenza clinica: solo così il gioco dei ruoli si può sviluppare in un’atmosfera di gradevole complicità. Poi comincia la parte difficile, durante quale anche i più esperti possono trovarsi talora spaesati: perché la “ghiandola sudoripara modificata” si può celare alle mani come la perla dentro l’ostrica. Esaminare la conformazione interna di una mammella non è mai semplice: una disattenzione può significare uno spavento (perché si crede di aver sentito un cancro e si dà il via a un percorso di diagnosi irto di incertezze), un ritardo (perché il cancro non lo si è proprio toccato), una crisi di fiducia o la perdita di una vita umana. Ci vuole esperienza, ci vuole pazienza. La ghiandola mammaria può ingannare chiunque perché è protetta dalle apparenze di una pelle liscia e di una parvenza seduttiva, perché le sue irregolarità - fini o più smosse - nascondono tra lobi e lobuli, grasso e connettivo, il segreto che dà la vita o che uccide. Addestrarsi a esplorare dal di fuori una mammella richiede una formazione speciale, che inizia dall’anatomia, continua con la semeiotica e si perfeziona in sala operatoria, dove le mani aperte possono toccare il suo interno e cominciare a farsi un’idea di quel che di norma è occultato. Ci vuole molto tempo. Certo, sappiamo che oggi le nostre mani non possono competere con gli strumenti dell’alta tecnologia: quel che una mano non tocca, una semplice ecografia lo può smascherare. Ma l’atto del palpare il seno non si riduce a un momento di esercizio diagnostico: in quel frangente la donna e il Senologo si tendono una mano per imbastire un dialogo, si concedono l’una all’altro per costruire la base di un’alleanza finalizzata. L’abilità del Senologo, in questa fase, è anche quella di decifrare il disturbo che gli ha portato una donna: cos’è quel dolore, quel nodulo, quell’arrossamento, quella secrezione, quella sporgenza, quella rientranza? Il suo compito diventa qui quello di guida: si accompagna la donna alla diagnosi strumentale, la si affida ai Radiologi - in quest’ambito veri mostri sacri di sagacia - e la si avvia a confrontarsi col proprio destino. Se il cancro si affaccia all’orizzonte della sua esistenza, ecco profilarsi il seguito di un rapporto che si farà sempre più intenso, sempre più tenace: spetta al Senologo indirizzare la donna ai tanti professionisti di fiducia, sempre tenendo con lei un filo d’Arianna, una porta aperta, un cellulare acceso. Qui, la capacità di comunicare una diagnosi e dipanare la matassa del successivo labirinto di cure e di attese si dovrà sapientemente sostenere sulla forza di una generosa abilità d’ascolto. Per nessuna ragione si permetterà alla donna di covare in seno la percezione dell’abbandono. E durante tutto questo lungo impegno formativo - che già non è poco - il chirurgo Senologo dovrà estendere pian piano il suo bagaglio cognitivo, stipando nello zaino del sapere le nozioni di statistica, biologia, oncologia, riabilitazione, cosmesi, psicologia, nursing, nucleare, imaging, bioetica, diritto e riabilitazione (e abbiamo citato in sintesi, per sommi capi, i punti cardinali dell’universo senologico in espansione). Il Senologo come Chirurgo. Operare le mammelle sembra facile. Niente di più sbagliato. Sarebbe facile se oggi si applicasse alla donna quella cultura della demolizione senza risparmio che circolava fino a qualche decennio fa (e che in alcuni mestieranti della carne continua a costituire l’orizzonte muto della loro tecnica). Oggi il panorama è radicalmente cambiato. La donna è più consapevole, esigente, informata. E il chirurgo Senologo ha compreso più intimamente la tragedia fisica che si disegna lungo l’impietosa cicatrice che ha amputato o quando - se l’opzione conservativa è stata messa in atto - il risultato cosmetico è stato disastroso per una cattiva pratica. Se strappar via una mammella è un gesto che mostra l’aggressività bruta di un chirurgo senz’anima, la chirurgia conservativa ritrae piuttosto le speciali sensibilità estetiche del bravo Senologo. Conoscere le linee di forza, progettare in anticipo il disegno dell’exeresi mirata, concepire i volumi e le forme che la mammella operata assumerà, anticipare nella mente l’esito finale, saper rimodellare la ghiandola dal suo interno, colmare i vuoti, detendere le cicatrici, rispettare le simmetrie, bilanciare le indicazioni tra il risultato mediocre di una quadrantectomia forzata e quello di un’eccellente ricostruzione dopo mastectomia, garantire sopra ogni cosa l’adeguatezza oncologica: queste sono le nuove abilità che si richiedono al chirurgo Senologo. Quando il seno è operato il gioco è fatto: gli eventuali rimedi rischiano di peggiorare la cosmesi, le correzioni postume sono sempre problematiche. Meglio indovinare gli esiti al primo gesto, attraverso una sapiente progettazione. La donna, una volta a casa, si ritroverà sola col suo nuovo seno: felice o frustrata a seconda della mano - e del cervello - di chi le avrà trasformato l’aspetto di una sua parte pregiata. Al di là dell’estetica, resta comunque l’impegno sul cavo ascellare. Accade ancora di doverlo svuotare al completo. Ma anche qui la delicatezza è figlia di quella mentalità che predilige il rispetto. Si comincia dall’incisione: che non è più il grande taglio per avere buon agio sugli elementi nobili che attraversano il cavo. E’, piuttosto, la più breve incisione possibile, perché il bravo chirurgo Senologo sa destreggiarsi egualmente nello spazio angusto di un tronco di cono che si chiude dietro i fasci del piccolo pettorale: è l’avere alle spalle centinaia di casi che lo rende così sicuro da potersi permettere un taglio di cute esente da retrazioni, menomazioni funzionali o sgradevolezze estetiche. Piccoli nervi sensitivi e motori, vasellini, tendini, fasce: tutto va risparmiato con la minuzia precisa dell’intagliatore che incide nell’oro. La “pulizia”, poi, dev’essere completa: inutile lasciare un piccolo linfonodo - potrebbe risvegliarsi e creare nuove ansietà, anche se sappiamo che non potrà incidere sulla durata della vita. E per fare questo buon lavoro, completo e rispettoso, l’esperienza mantiene un valore che non si può barattare. Senza contare il risveglio: le manipolazioni intelligenti quasi mai procurano dolore. Poi, seppur nell’eccezione, può accadere di procurare un danno: la vena ascellare è un buon esempio di questo tipo di dramma. Ma il Senologo viene dalla chirurgia generale e nel suo zaino ci stanno le procedure di base. Se è il caso saprà anche staccare un breve segmento di safena e interporla dove ha creato la falla. Nell’imminente futuro, quando i più giovani saranno formati alla chirurgia senologica secondo i principi della specialità autonoma, ci si dovrà ricordare di questo dettaglio: un bravo Senologo deve potersela cavare da solo. Una chirurgia “gentile” dunque - ma pure raffinata, sempre impegnativa, non mai banale - quella che il Senologo interpreta e che pretende di poter sempre applicare anche in quegli ambienti culturalmente arretrati che vedrebbero di buon occhio le più antiche e frettolose demolizioni. E una gentilezza che si estende al di fuori della sala operatoria, nel prima e nel dopo, in forme che riconducono il rapporto con la persona sofferente nel grande alveo della medicina umanizzata: serenità nell’ascolto, silenzi nei luoghi di degenza, appuntamenti onorati con puntualità, capacità di informare senza spaventare, linguaggi comprensibili, opuscoli che guidano le donne nel ritrovare il senso di un evento che appare misterioso, appoggio incondizionato allo psicologo clinico al quale passare il testimone per il governo delle paure e la riprogettazione dell’esistenza, lotta sistematica al dolore e al disagio interiore, un pensiero al recupero funzionale, dimissioni protette e un filo d’Arianna sempre collegato con la donna finché costei non vorrà recidere il cordone ombelicale che le assicurava la giusta trasfusione di tranquillità. Il Senologo come Ricercatore. La ricerca medica, in Italia, è ancora un lumicino che solo in alcuni centri di particolare eccellenza s’alza a risplendere come il sole in piena estate. In quest’ambito la Senologia ha rappresentato un modello che ha irradiato anche verso altre discipline, estendendo i risultati del suo impegno per facilitare la comprensione e la cura di tanti tumori umani. Cenerentola è così diventata una Principessa: e tutti sappiamo che il suo mentore e pigmalione è stato Umberto Veronesi, il più fiero nemico del cancro al seno, il più popolare medico italiano, il più accreditato testimonial della ricerca italiana nel mondo. La sua Scuola ha formato centinaia di adepti - trascinandoli da ogni angolo della terra - e ha infuso nei più e meno giovani l’alito divino dell’amore per la ricerca. Il presupposto di questo insegnamento non è un astratto invito ad una mentalità razionale costruita sulle evidenze scientifiche. E’ invece la consapevolezza che nei luoghi di cura dove si fa anche ricerca la qualità della cura è migliore. Se nell’ultimo decennio la vita delle donne colpite da carcinoma mammario ha guadagnato in qualità e - per la prima volta - anche in durata, invertendo finalmente una preoccupante curva in silenziosa ascesa, questo lo si deve alla ricerca e all’applicazione dei suoi risultati su larga scala, anche negli istituti dove la ricerca non si fa. Si è trattato di una svolta culturale straordinaria, soprattutto se si pensa che qui da noi la formazione universitaria è carente, in tema di ricerca. Ci voleva Veronesi. Ci voleva la Senologia. La parola ricerca non deve peraltro spaventare. Non è necessario possedere un sofisticato laboratorio di biologia molecolare nel proprio ospedale per garantire un criterio di qualità alla cura prestata: è sufficiente avere la mentalità del ricercatore. In questa prospettiva fare buona ricerca vuol dire - più semplicemente - mettere sotto controllo i risultati clinici del proprio lavoro quotidiano: quanti casi sono stati operati, con quali tecniche, da quali chirurghi, con quali esiti, che terapie complementari hanno avuto, quale tasso di recidive hanno manifestato, quanti sono stati i decessi e per quali ragioni, come sono stati seguiti sotto il profilo psicologico, nutrizionistico, sociale e così via. E poi analizzarli e metterli a confronto coi corrispondenti risultati degli istituti maggiori, con l’obbiettivo di renderli il più possibile coerenti con quelli e magari anche più competitivi. Senza contare le ore passate a discutere insieme i casi clinici più singolari, per capire dove si è sbagliato e come non ripetere gli errori. E quelle spese a rivedere la letteratura, oggi esondante e ricca a tal punto che nessun Senologo serio è in grado di seguirne nel profondo il fiume in piena. Tutto questo è ricerca clinica, che si può fare con onore anche dove l’ospedale non è supportato dal genio di alacri scienziati. Ma anche qui, ancora, è soprattutto una questione di cultura aperta a quel tipo di sforzo intellettuale che schiude i suoi orizzonti sulla filosofia. Infatti la Senologia è anche metodo, riflessione sistematica, autocritica, tentativo di diffondere i criteri su cui si fonda il proprio avanzamento. E’, dunque, epistemologia: una parola che i nostrani Corsi di laurea sono riluttanti a insegnare, ma che invece la Scuola nazionale ha da sempre accolto nel suo vocabolario quotidiano. E l’epistemologia è distillato filosofico per eccellenza: il quale intende addestrare le menti - soprattutto quelle più giovani e duttili - ad una ricerca prospettica (le analisi retrospettive sono sempre meno interessanti), libera (non ci sono dogmi cui soggiacere) e fondata su un dubbio che mette sistematicamente in discussione le convinzioni più radicate . Del resto, medicina e filosofia si sono sposate venticinque secoli fa in una cerimonia celebrata da Ippocrate - nostro padre spirituale e maestro d’Arte - e ritualizzata con le sue parole “Il medico che è anche filosofo è simile agli dei”. Galeno - il medico colto della Roma imperiale - ribadirà il concetto qualche secolo più tardi, scrivendo un libretto dal titolo “Che il miglior medico sia anche filosofo”. L’arcivescovo spagnolo Isidoro di Siviglia lo sacralizzerà nel VI secolo con la sua celebre massima “La medicina è la filosofia del corpo, la filosofia è la medicina dell’anima”, a sancire perlomeno il comune territorio d’esplorazione: la medicina, come la filosofia, è ricerca sull’uomo; ed è una ricerca che non finisce mai. La Senologia si è inserita a pieno titolo in questo matrimonio solo di recente, tanto è giovane, ma forse con maggiori credenziali di altre consorelle specialistiche.
Conclusioni Abbiamo visto, a grandi linee, come il Senologo si forma, come costruisce la sua identità, come lavora. E qual è la sua mentalità? Non può che essere A.P.E.R.T.A. Questo non è un astratto gioco di parole che rimanda all’invito ad essere saggi. C’è molto di più. L’acronimo disegna il cuore del Senologo e focalizza i punti sui quali il suo impegno si deve al massimo concentrare. A, come Assistenza. Che vuol dire - oggi come ai tempi d’Ippocrate - prendersi cura, dunque osare estendere il coinvolgimento personale fin verso l’intima sfera del dolore altrui. P, come Prevenzione. La quale è, prima di tutto, diagnosi precoce fondata sia sull’“imaging” - possente chiave di volta per strappare sempre più vite al pungiglione della morte - sia sulla sensibilizzazione delle masse mediante adeguati movimenti d’opinione. E, subito dopo, tentativo di cancellare le prime tappe di oncotrasformazione con strategie chemiopreventive personalizzate. E, come Etica. Che è in primo luogo adesione piena al rispetto dell’autonomia morale. Un’adesione che la mentalità medica fatica ancora ad assorbire nel profondo, preferendo in molti casi tributarvi un solo formale riconoscimento e riducendo l’acquisizione del consenso ad una prassi burocratica - con finalità difensiva - che ne svuota o impoverisce i potenti contenuti culturali, etici e giuridici. “Fa alla donna malata di cancro il suo bene” recita l’imperativo categorico che il Senologo è chiamato a rispettare: cioè anteponi i suoi interessi e i suoi valori ai tuoi., informala, offrile in trasparenza le possibili alternative, non farle mai perdere la speranza di una vita normale, pur senza mai tradire la matrice scientifica dell’Arte e l’onestà che il Senologo deve a se stesso come persona. Ma anche E come Equipe: perché una buona Senologia cresce vigorosa soltanto dove c’è un gruppo affiatato che riconosce i suoi valori e li proietta in un leader capace di garantirne il rispetto. E perché Senologia significa aver maturato una mentalità interdisciplinare. A parte isolati luoghi di privilegio, le Breast Unit si costruiscono infatti intorno a pochi chirurghi Senologi selezionati, mentre il resto delle professionalità rimane distribuito nel territorio ospedaliero - ciascuno nella singola Unità di appartenenza - in una separatezza fisica che solo un alto quoziente di interdisciplinarietà può poi ricollegare. R, come Ricerca. Anche qui riapriamo porte già aperte, almeno per i chirurghi Senologi originali. Fare ricerca plasma il carattere non meno dell’abilità professionale, rafforza l’autostima, educa all’onestà e migliora i risultati terapeutici. T, come Tecnologia. Impossibile pensare di mettere in piedi una Breast Unit senza il supporto tecnologico di riferimento: radiodiagnostica, nucleare, radioterapia, immunoistochimica, farmacogenomica, genetica molecolare. Una tecnologia sicura, però: misurata con attenti controlli di qualità e sempre a beneficio dei pazienti secondo il comandamento “Tutto è consentito all’uso della scienza per l’uomo, nulla è consentito all’uso dell’uomo per la scienza”. A, come Autonomia. Cioè indipendenza di pensiero. Il chirurgo Senologo non ha altri padroni se non la donna - che serve con devozione - e la scienza, al cui metodo sarà fedele senza mai incertezza. Il resto è accessorio. Ma per conquistare questa autonomia il prezzo è alto: bisogna saper resistere al richiamo della case farmaceutiche (almeno quel che basta per non procurare un reciproco danno) e al canto che promana dalle case del potere, dove le sirene - ammiccanti e seminude - sembrano sempre disposte a promettere una brillante carriera o una poltrona sicura. Ecco, si son volute tracciare le linee di un ritratto che l’aridità di fantasia di certi ambienti faticava - e ancora fatica - a guardare senza storcere il naso. Lo abbiamo enfatizzato, quel ritratto, come compensazione all’effetto denigratorio o minimizzatore dei suoi occulti o manifesti detrattori. Ma l’abbiamo anche fondato su argomentazioni che è difficile scalfire: i colori usati per dipingere questo ritratto sono scientifici, passionali, razionali, tecnici, umanistici, estetici, politici, organizzativi, etici e culturali.
Forse qualcuno è invidioso del legame che si stabilisce tra una donna e il suo Senologo. Eppure questo è il risultato di un modo di darsi che non dipende soltanto da una formazione accademica. Qui c’è di mezzo il carattere, l’inclinazione dell’animo, lo spessore del cuore. Il chirurgo Senologo è un uomo (quando è un maschio) che ama le donne e questo le donne lo sentono a fiuto. Perciò gli sono grate, per questo il transfert è forte, per questo il successo è più visibile. Il suo lavoro, poi non inizia né si conclude nella sala operatoria: il teatro delle manovre manuali resta il fulcro del suo impegno, ma è circondato da attività la cui importanza va in parallelo con gli altri compiti che abbiamo provato a tratteggiare. Il chirurgo Senologo non è persona semplice: le sue ambizioni non si esauriscono in una distaccata manipolazione della carne, ma convivono con le aspettative umane di chi soffre, si articolano in progetti di ricerca, si confrontano con l’abitudine a porsi interrogativi etici, attraversano il tessuto sociale con azioni di divulgazione a scopo formativo e preventivo e approdano nell’accompagnamento duraturo e motivato di quanti ha provato, con tenacia e umiltà, a guarire. Il chirurgo Senologo è, a tutto tondo, “una mano che pensa”. La sua è stata una scelta genuina. Pur provenendo dalla grande madre che lo ha forgiato come chirurgo generale, ha poi deciso di concentrarsi sopra un minuscolo settore, che però si affaccia su orizzonti aperti dinnanzi a vaste geografie di sapere scientifico e umanistico. La marea montante della letteratura specialistica impressiona, difficile tener dietro al suo ritmo. Figurarsi perciò come sarebbe possibile - per chi ancora si ostina a fare il chirurgo generale - stipare nella testa le nozioni di un onesto aggiornamento. Il Senologo è uno che sa poco di molte cose e sa moltissimo di una cosa sola: è un chirurgo “dedicato”- e non solo delicato. E a questo punto, se tali sono le premesse, chi avrà ancora l’audacia (o la sfacciataggine) di sostenere - in pubblico o in privato - che il chirurgo Senologo è solo “quello che taglia via una mammella”? Bibliografia
2.
Richard M A, Baum M, Dowsett et
al Provision of Breast Services in UK; the advantages of
specialist Breast
Units. Report of a Working Party of the British Breast Group
The Breast,
Suppl., 1994
Giorgio
Macellari, Coordinatore Dipartimentale per la Senologia AUSL di
Piacenza Hanno
collaborato: Samanta
Tabloni (psico-oncologa) Gerardo
Gasparini (chirurgo plastico) Giuseppe Foletti (chirurgo senologo)
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