|
Utilità
di Oncotype DX nei processi decisionali terapeutici in donne con carcinoma
mammario iniziale
Secondo vari studi
epidemiologici il tumore della mammella rappresenta, nei paesi occidentali,
la neoplasia più frequente nella popolazione di sesso femminile.
Nell’Europa occidentale circa una donna su dieci manifesta clinicamente
nel corso della propria esistenza un tumore mammario. Il carcinoma della
mammella rappresenta inoltre la prima causa di morte per tumore nel sesso
femminile; nelle donne di età compresa tra i 35 e i 55 anni esso
costituisce addirittura la causa di morte più importante in assoluto,
mentre in quelle con età superiore a 55 anni è la seconda causa dopo le
patologie cardiovascolari.
La neoplasia mammaria
costituisce dunque un vero e proprio problema sociale per le società più
evolute, per cui ogni possibile avanzamento nella
diagnosi e nella cura di
questa malattia va accolto con estremo interesse e favore. A tal proposito,
il test Oncotype DX rappresenta senza dubbio uno strumento clinico sempre più
importante nelle mani degli oncologi, in grado di guidare scelte
terapeutiche spesso problematiche. Oncotype
DX è un
esame genetico, approvato dalla Food and Drug Administration statunitense, che,
attraverso l'analisi di 21 geni, fornisce importanti informazioni
prognostiche in pazienti affette da carcinoma del seno, utili in particolare
per valutare l’opportunità o meno di trattamenti chemioterapici.
Le donne con diagnosi di
carcinoma mammario vivono molto spesso (per lo più in modo angoscioso e
traumatico) l’esperienza della chemioterapia. Fanno eccezione generalmente
le donne affette da tumori biologicamente poco aggressivi e non diffusi alle
stazioni linfonodali ascellari, per le quali il solo trattamento chirurgico
conservativo, associato a radioterapia locale, viene considerato risolutivo.
Il trattamento chemioterapico può precedere a fini citoriduttivi, in caso
di neoplasie di grosse dimensioni e/o infiltranti la cute o la parete
toracica, l’intervento chirurgico (chemioterapia primaria o neoadiuvante);
più frequentemente la chemioterapia segue la terapia chirurgica, per
consentire, in pazienti con interessamento neoplastico linfonodale o con
tumori biologicamente aggressivi, la sterilizzazione di eventuali
micrometastasi non evidenziabili clinicamente (chemioterapia adiuvante). La
chemioterapia del cancro mammario è inevitabilmente associata ad effetti
collaterali, taluni comuni a tutti i farmaci, altri variabili a seconda
dello schema terapeutico utilizzato. Tra gli effetti collaterali acuti o
ritardati i più frequenti sono le necrosi tessutali in sede di iniezione, i
fenomeni di ipersensibilità, la nausea ed il vomito, l’alopecia, la
mielodepressione; le sequele croniche più comuni sono rappresentate invece
dalle miocardiopatie, dalle neuropatie periferiche, dall’amenorrea e dal
rischio carcinogenetico.
In
considerazione di tutto ciò, è del tutto evidente l’importanza di
conoscere anticipatamente la responsività di un tumore alla chemioterapia,
al fine di evitare trattamenti inutili e talora fortemente dannosi.
David
Geffen ed i suoi collaboratori del Dipartimento di Oncologia della Ben
Gurion University del Genev, in Israele, hanno recentemente condotto uno
studio, pubblicato sulla
rivista Annals of Oncology ("The
impact of the 21-gene recurrence score assay on decision making about
adjuvant chemotherapy in early-stage estrogen-receptor-positive breast
cancer in an oncology practice with a unified treatment policy", Ann
Oncol. 2011 Mar 1), che esamina l'utilità di Oncotype DX nei
processi decisionali riguardanti la necessità di una chemioterapia
adiuvante in donne con tumore maligno della mammella in fase iniziale
("early stage breast cancer").
“La
prognosi del carcinoma mammario in fase iniziale è generalmente buona; il
beneficio di aggiungere un trattamento chemioterapico adiuvante alla terapia
ormonale va valutato caso per caso ”, afferma Geffen in un commento allo
studio, pubblicato su Senology.org.
Lo
studio israeliano ha preso in esame 135 pazienti, trattate per
carcinoma mammario tra il 2006 ed il 2009, all'interno di una singola
struttura oncologica. I ricercatori hanno applicato ad ogni
paziente il 21-gene Recurrence Score (RS) ed hanno raccomandato, per
le donne con punteggio elevato (quindi ad alto rischio di recidiva
neoplastica), un trattamento chemioterapico adiuvante. Le pazienti a basso
punteggio, quindi con ridotte probabilità di ricomparsa della malattia,
sono state invece avviate ad una semplice terapia ormonale post-chirurgica.
L'analisi dei dati ha evidenziato che l'utilizzo di Oncotype DX è stato in
grado di modificare le decisioni terapeutiche nel 25% dei casi; nel 70% di
tali casi il cambiamento di indirizzo clinico ha determinato la
non somministrazione del trattamento chemioterapico in donne per cui era
stata inizialmente posta l'indicazione allo stesso.
“I
risultati della nostra ricerca consentono di concludere che l’utlizzo
del 21-gene Recurrence Score (RS) ha
permesso di ridurre significaticvamente il numero di pazienti da sottoporre
a chemioterapia”, conclude Geffen nel suo commento allo studio.
Gian
Paolo Andreoletti
Oncologo-Giornalista
Scientifico
Direttore
Editoriale di www.senology.it / www.senology.org
|