COME NASCE UNO OSSERVATORIO PER LE CURE NON CONVENZIONALI IN ONCOLOGIA

 

Noi siamo tra i propositori, insieme con un gruppo multicentrico di medici, di un osservatorio per le terapie complementari non convenzionali in oncologia, che si attiverà iniziando da questo fine anno.

Destinatari di questo osservatorio tutti i pazienti che, in ambito oncologico, intendono utilizzare o siano già utilizzatori di terapie cosiddette “alternative”, sia nel contesto di trattamenti oncologici (i cosiddetti protocolli di cura) che al termine di essi, negli intervalli liberi da malattie o nelle fasi più avanzate di essa, quando non sono più utilizzabili i protocolli tradizionali.

Con il termine “terapie complementari non convenzionali” abbiamo inteso però NON limitare il progetto di conoscenza, studio, approfondimento e COUNSELING (cioè dispensare consigli, indicazioni e suggerimenti a chi intenda o stia già praticando questi percorsi terapeutici) ALLE SOLE TERAPIE COSIDDETTE ALTERNATIVE (erboristiche, omeopatiche, dietetico-alimentari, etc.); fa parte di questo “osservatorio” infatti, anche lo studio e il censimento di cure medico-chirurgiche poco invasive, come le radiofrequenze, il laser, la criochirurgia, i trattamenti loco regionali, etc., praticati nelle nostre istituzioni sanitarie: ciò potrà consentire di indirizzare correttamente i pazienti a trattamenti che sono già accreditati in molti centri come programmi ufficiali di cure, ma che hanno ancora un iter di validazione e di approfondimento della loro reale efficacia.

Riteniamo che questo servizio possa esser utile non solo ad aprire un dialogo aperto e franco tra medico e paziente, ma anche possa costituire lo spunto per studiare, cogliere dall’uso pratico, e convalidare spunti terapeutici che possano esser più generalmente utilizzabili da un maggior numero di pazienti.

Fa parte degli scopi di questo “Osservatorio”, anche cogliere la pubblicità ingannevole e sleale, smascherando ciò che di dannoso può derivarne alla salute del cittadino, sia come effetto collaterale che come effetto cumulativo con altri farmaci e trattamenti.

 

Questa nostra tensione di conoscenza ed approfondimento interattivo con i pazienti non ci trova per fortuna da soli: negli Stati Uniti, ove il consumo di prodotti non convenzionali è decisamente altissimo, come pure in Germania e Francia esistono già istituzioni dedicate all’argomento.

Il nostro progetto però si spinge anche oltre: aspira infatti a reclutare tra gli Specialisti in materie Oncologiche un gruppo di cultori, che collaborino in prima istanza a studiare il fenomeno, e subordinatamente partecipino a sviluppare conoscenze e studi specifici, dall’interno stesso delle istituzioni cui appartengono.

Ci siamo infatti accorti che esistono già medici sensibili al tema delle cure complementari non convenzionali, che però non si erano fino ad ora esposti a prese di posizione individuali e facilmente criticabili su questo tema.

Per quale ragione gli oncologi però dovrebbero essere spinti ad accettare di approfondire le conoscenze circa le abitudini dei pazienti alle terapie non convenzionali o addirittura esser consenzienti o attivi prescrittori?

In primo luogo la ragione è che il paziente desidera la guarigione o un suo surrogato., unitamente ad una buona qualità di vita. 

L’oncologo può chiedere al paziente sacrifici circa la qualità di vita, in cambio di offrire probabilità ad essi di adeguata guarigione. Sfortunatamente, questo atto di fede che oggi è stato in larga parte supportato dal consenso informato non sortisce se non in misura parziale risultati coerenti con le attese del paziente.

Inoltre i cicli di cura praticati prima di potere consentire di avere una valutazione di efficacia della terapia farmacologica sono spesso di rilevante detrimento alla qualità di vita.

L’Oncologo riconosce non ultimo tra i suoi impegni etici quello di tutelare la qualità di vita intesa nella sua piena accezione psicofisica: così come egli userà un antibiotico o un vaccino o un fattore di crescita, altrettanto è opportuno che  riconosca anche altre opzioni terapeutiche di cui il paziente soggettivamente ed obbiettivamente beneficia, senza screditarle a priori, anzi  approfondendo, quanto da essi utilizzato, le loro interazioni e controindicazioni con i trattamenti convenzionali.

Ciò è reso particolarmente necessario dalla grave influenzabilità del paziente gravemente ammalato che è vulnerabile a suggestioni di messaggi di ogni genere, anche provenienti da persone non qualificate e prive di adeguata cultura oncologica, o addirittura prive di cultura medica tradizionale.

L’approccio alle terapie complementari non convenzionali o alternative si giustifica quindi nell’ottica di una conoscenza reale del substrato fisiopatologico e terapeutico cui il paziente attinge, esattamente come parte integrante della sua anamnesi e dello esame obiettivo.

E’ la conoscenza TOTALE e non solo ONCOLOGICO-SPECIALISTICA della malattia e del suo vissuto terapeutico da parte del paziente quella che accredita pienamente l’Oncologo ad attingere e disporre di tutte le risorse vitali del paziente nella LOTTA PER LA VITA.

Non si può del resto negare che le nostre tradizionali scelte terapeutiche convenzionali sono ampiamente condizionate da una cultura farmacologica ispirataci dal marketing delle specialità farmaceutiche : CULTURA PREZIOSA ED IMPRESCINDIBILE PER NOI, cui però non possiamo attribuire il diritto alla esclusività.

Esistono infatti principi attivi, farmaci orfani, terapie recessive non sostenute da una industria dominante con cui il paziente fa dei conti di farmacoeconomia e con cui il medico deve fare conti di pura cultura medica.

Oggi molti medici di famiglia si acculturano in conoscenze di medicine non convenzionali, in parte come forma di incentivo professionale ed economico, in parte come pura passione scientifica, in parte come istanza conoscitiva richiesta dagli stessi pazienti.

In qualità di Amministratori di prodotti curativi e dispensatori di salute gli Oncologi sapranno esprimere la massima sensibilità nel recepire le medesime esigenze dei pazienti, elaborandole, non come forma di tradimento e di defezione sfiduciante dalle chemioterapie principali, ma come estrema risorsa naturale cui il paziente si aggrappa in forza del suo stesso, per quanto illusorio, istinto di sopravvivenza.

Ma perché la gente crede che il “NATURALE!” POSSA CURARE una malattia così INNATURALE O CONTRONATURALE come il cancro, per il quale la scienza cerca di individuare ed in parte ha già individuato dei meccanismi genetico-biochimici, steps squisitamente ed assolutamente induttori di malattia e di morte?

(E su questi steps biochimici e genetici la Scienza Medica cerca di costruire prodotti mirati ,esclusivi ed efficaci).

Probabilmente perché la res biologica, il corpo umano, la malattia è una intrigante sequenza di fenomeni organici ed extraorganici, fisici ed energetici, per cui la soluzione terapeutica a questi eventi letali viene intuita dal paziente come un fenomeno complesso che chiama in causa tutte le risorse del suo essere, in primo luogo quelle integrate naturali, perché appartengono ad un mondo da cui egli viene strappato, ma di cui si sente, specialmente in questa drammatica fase avulsiva, di essere parte.

Un’altra ragione è che una certa cultura divulgativa ispirata alle conoscenze di fisiopatologia oncologica rapporta la malattia cancro al tradimento di stili di vita naturali da parte dell’uomo industriale, alla polluzione, all’abolizione dei ritmi, all’antiecologia, ai carcinogeni.

In questa fase cruciale della vita, l’uomo-cancro rimette catarticamente in discussione tutti gli errori e rivalorizza l’apporto delle risorse naturali, riscopre le difese immunitarie e le difese in senso lato della sua minata integrità psicofisica, ed è qui che si annida il rischio di una pseudocultura posticcia fatta di slogans, di promesse fatue, di caduche illusioni: l’uomo mangia la mela dall’albero, ma ahimè quella mela non gli conferisce la immortalità, ma un modesto e ben bilanciato apporto di fibre e di vitamine…

E’ comprensibile come gli oncologi rappresentino l’ultimo scettico baluardo a questa prospettiva di infatuazione di terapie naturali proprio per il pessimismo realistico che impronta parte della loro esperienza farmacologica. D’altronde non ci si attendono da queste terapie non convenzionali sortite miracolistiche e neppure nulla che sopravanzi il faticoso cammino della scienza esatta. All’oncologo è indifferente l’uso di qualsiasi cosa, forse perché il fatalismo e lo scetticismo di talune esperienze cliniche tende a prevalere sulla speranza di un impatto efficace, ma è comunque un suo dovere professionale offrire uno spazio di dialogo medico-paziente, che egli deve tenere aperto per arricchire di umanità la sua proposta di cura.

E’ certo riduttivo e frustrante parlare di umanità in medicina quando si vorrebbe parlare di efficacia di una cura, di effetto carismatico-scientifico, di guarigione.

Ma la conquista del Risultato in oncologia non è ancora pervenuta, se non in alcuni tipi di tumore e limitate coorti di casi clinici, al traguardo finale, la sconfitta definitiva del cancro.

Ed il paziente  chiede, propone, agisce  sulla base della sua percezione istintiva, e accetta meglio il confronto con il medico sul terreno del suo dramma esistenziale purchè nell’arsenale terapeutico figurino anche prodotti di conforto, di supporto, da assimilare come naturali e confacenti a se stesso e non come strali avvelenati all’indirizzo delle cellule tumorali.

Il malato di cancro non vuole essere solo bersaglio, vuole esser protagonista vincente o perdente delle pagine, pur le Ultime Pagine della sua Vita. E il medico che gli sarà vicino pietoso e sapiente, accoglierà le sue istanze di cura, con il sollievo e la umanità che la Medicina (Scienza e Natura),sapranno ispirargli.

  

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Beniamino Palmieri

Department of General Surgery, University of Modena, Modena, Italy

                       

 

 

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