Non credo che in Senologia il modello della Breast Unit sia indispensabile

 

Personalmente non sono stato mai convinto che il modello della Breast Unit fosse indispensabile, tanto meno nel nostro paese, ove le etichette si appiccicano grazie a leggi compiacenti e a connivenze varie, negando sistematicamente il valore oggettivo della competenza professionale, basata su risultati documentati.

Mi parrebbe logico che, rimanendo al tema della senologia, il problema fosse gestito da una unità di coordinamento, possibilmente solo funzionale, senza "sedie" o "cattedre", che fa la regia a strutture operative che operano con competenza. Intendo dire che a) lo screening dovrebbe essere fatto da epidemiologi e radiologi dalla professionalità specifica, dedicati a tempo pieno o quasi a tale attività, b) la diagnosi dovrebbe essere fatta dagli stessi radiologi, c) la terapia da chirurghi, radioterapisti e oncologi medici che possano dimostrare, sulla base di titoli accademici e soprattutto di casistica e risultati, di essere esperti nel settore. E' una cosa così ovvia che mi sembra quasi sciocco scriverlo. Certo (essere in mani competenti) è quello che il paziente vuole. 

Invece

a) lo screening è in via di implementazione quasi ovunque (perchè è diventato un obbligo per le amministrazioni), ma la qualità non viene curata, se ne occupano funzionari che di epidemiologia non sanno niente, i radiologi non sono addestrati (spesso sono utilizzati i radiologi "esistenti" in regime di straordinario, in barba a ogni raccomandazione che suggerisce un carico di lavoro minimo per operatore). Gli indicatori forniti dall'Osservatorio Nazionale Screening (http://www.osservatorionazionalescreening.it/) non sono ottimali, e non ci si deve stupire se la performance dei programmi correnti è lontana da quella dei centri di eccellenza

b) la diagnosi è affidata ad altri radiologi, che non sono quelli che fanno screening, o spesso gli stessi fanno entrambe le cose a livelli assolutamente risibili come carico di lavoro. La parcellizzazione della senologia diagnostcia clinica è ancora maggiore di quanto avviene nello screening. Tutte le radiologie vogliono fare senologia, anche se questo significa fare 1000 mammografie l'anno (con meno di 10.00 è poco probabile che la qualità sia mantenuta a livelli decenti), altrettanto poche ecografie, non essere in grado di fare una citologia ecoguidata, tanto meno stereotassica, figuriamoci poi una core biopsy.....

c) la terapia è in mano di tutti i chirurghi generali, anche se è noto che sotto un certo numero di interventi la performance (cosmetica e oncologica) è scadente, e questo è sotto gli occhi di tutti. Non ci voleva molto a precisare, ad esempio, che una struttura con meno di 200 carcinomi operati all'anno (NB: 4 alla settimana) non può aspirare ad essere riconosciuta come Breast Unit, e che (in base alle residenze dei casi operati, come è possibile sapere ovunque in base alle SDO regionali) un simile numero corrisponde a un bacino di utenza magari di tre province, non di una. Ma il principio evidentemente non è quello di "non includere strutture a performance scadente" ma quello di "non escludere strutture che per altri motivi debbano essere incluse". 

La soluzione attuale è che la gran parte della gente impatta con quello che trova, e gli errori non si contano. Pochi furbi cercano il "meglio" altrove, con viaggi della speranza che, a volte, restano solo una speranza, perchè la qualità di certi centri di eccellenza (a volte dichiarati tali solo per proclamazione dei media o per passaparola) è lungi dall'essere elevata. Contenziosi medico legali e condanne docent. 

Quella che attentamente si evita è la verifica dei risultati: anche quando viene fatta si limita alla fotografia di situazioni, spesso medie "nazionali", inadeguate, senza che da questa informazione scatti un provvedimento locale per risolvere la carenza. 

Che per rimettere a posto tutto questo ci voglia una legge mi può anche andare bene, anche se, in presenza di buona volontà, non ce ne sarebbe bisogno. 

Quello che non mi torna per niente è che la legge identifichi delle nuove strutture, che in teoria dovrebbero drenare tutta o quasi questa patologia, senza definire gli standard (bacino di utenza, carico di lavoro minimo e standard minimi di risultati per accedere alla qualifica), che oltretutto sono pochi, noti, e facili da calcolare. 

E allora (sarò maligno, qualcuno dirà) mi viene il sospetto che la legge sia vaga e non circostanziata proprio per consentire a non qualificati (ma politicamente o accademicamente ben accreditati) di poter esporre il nuovo cartello sulla propria struttura, di per sè non all'altezza, mai controllata in passato, mai in futuro. 

Tra chi conosce la senologia italiana, solo chi è in malafede può sostenere che un approccio legislativo sulle Breast Units senza parametri stretti di qualità verificabili sia adeguato. 

Quindi non posso che essere d'accordo con quanto scrive Ascione. 

Continueranno i viaggi della speranza, le autoreferenze, le divise gallonate di generali che non hanno mai combattuto e che, per questo, finiscono in TV a perpetuare la cultura delle scemenze, che è falsa, sì, ma molto remunerativa.

 
 
 

Stefano Ciatto 
Dept. Diagnostic Imaging, Centro per lo Studio e la Prevenzione Oncologica, Firenze, Italy